11.20.2009

 

Negri di tutta Italia, uniamoci.


Fuori dall’ipermercato un bambino pesta i piedi, fa i capricci, vuole qualcosa a tutti i costi. La mamma lo tiene per mano, lo strattona, e con l’altra mano indica Mor – per tutti, comodamente Mustafa - e con voce arcigna dice al bambino: “Se non la smetti chiamo l’uomo nero.” Non mi ricordo quanti anni sono passati, ma sono tanti, sicuramente più di dieci. Me la ricordo perché per la prima volta in assoluto mi ritrovai a dovermi schierare, faccia a faccia, dalla parte del negro contro l’idiozia fondamentalista bianca.

A pensarci sembrano tempi lontani, nei quali si sperava che pian piano tutto sarebbe evoluto in meglio; svuotato il pozzo dell’ignoranza, ci sarebbe rimasta la ricchezza della conoscenza. In molti evidentemente sbagliammo previsione.

Siamo arrivati ad oggi, l’epoca nella quale per essere un negro, non necessariamente si deve avere una diversa pigmentazione. È negro chiunque sia diverso per razza, religione, reddito. E chi è negro è anche “il nemico”.

E dire che una volta andavano persino di moda! Si iniziò con le sarde o le siciliane. Averne una per casa negli anni cinquanta voleva dire al mondo: “siamo benestanti.” Poi ci fu il periodo in cui era meglio ostentare una somala o un’eritrea. In fondo era facile importare il prezioso orpello, perché c’erano ancora rimasuglie dell’infelice periodo imperiale peracottaro italiano. E via, via in crescendo venne la moda del filippino, poi del cingalese, della rumena o della polacca, della russa più facile da maneggiare. Dalle ragazze sarde, ai nuovi schiavi più colorati e decorativi però c’è sempre stata una costante, le dichiarazioni del padrone, sull’educazione e la pulizia dei loro schiavi: “Oh, sapessi com’è educata! Pulita, parla poco e lavora.” Come quando ci si incontra al parco tra proprietari di cani: “E’ buono, non sporca, è educato e abbaia solo agli estranei.” E proprio come tra padroni di cani si finisce per pensare che quella bestiola, sia proprio fortunata: “La padrona la tratta davvero bene! Mica le fa mangiare gli avanzi!”

Milano premia con l’Ambrogino d’oro il nucleo vigili urbani che con i loro autobus “gabbio”, si dedicano alla cattura degli immigrati clandestini. Certo, ci fanno sapere che la decisione è stata sofferta, ma le opposizioni che siedono al comune non mi pare abbiano presentato immediate dimissioni di massa. A Coccaglio si cercherà di donare ai cittadini un “Bianco Natale” procedendo al rastrellamento, casa per casa, dei residenti negri perché cito “i nostri figli hanno troppi amici neri.” Quel che resta di bossi ha detto una cosa che l’interprete bossi/italiano italiano/bossi ha così tradotto: “Il nome dell’operazione non mi piace, ma la sostanza sì.” Per fortuna a Coccaglio ci sono italiani negri che insegneranno ai propri figli ad essere razzisti per bene, indicando come spregevoli esseri disumani i padri di tanto abominio.

La soluzione, ribadisco, ci sarebbe. So che non è facilmente attuabile, ma so anche che con un po’ di impegno si potrebbe fare. Senza occupare strade o piazze, senza rischiare di dover subire le ormai istituzionalizzate cariche della polizia. Mettere in ginocchio il Nord schiavista. Diventare tutti negri e astenersi dal lavoro ad oltranza. Lasciare che le candide mani dei razzisti vadano a toccare la merda e le piaghe dei vecchi, a faticare in quel modo che hanno scordato, delegandolo ai nuovi schiavi, che ora vorrebbero rinchiudere in un recinto con l’insegna al cancello “Arbeit match frai.”

Rita Pani (APOLIDE negra)

PS. Nella stessa seduta con la quale si è deciso di premiare il razzismo milanese, si è anche deciso di dare la cittadinanza onoraria a Roberto Saviano. Spero con tutto il cuore che egli voglia rifiutare quest’infamia.


11.19.2009

 

Odierno proclama alla nazione. Meno morti di lavoro


Così, un carabiniere addobbato di fregi come un albero di Natale, seduto accanto al ministro della guerra la russa, presenta ai sudditi il nuovo Nucleo Carabinieri Sicurezza Sul Lavoro. “Perpinchiopinchernacolo!” penso, “era ora.” Mi distraggo fino a quando sento che, sebbene nato oggi, il nuovo nucleo ha già raggiunto buoni obiettivi dato il calo dei morti sul lavoro. Ma magari mi sono sbagliata, e allora controllo, e non mi sono sbagliata. Il senso era proprio quello.

Uno e ieri e uno oggi, i morti ammazzati dal lavoro ci sono ancora.

Però già da ieri, l’ufficio di propaganda del governo aveva dato mandato alle televisioni di stato e di regime di tranquillizzare la popolazione, con proclami tesi all’ottimismo e alla speranza, attraverso la pubblicazione dei dati INAIL, dai quali si evince che, le morti nerissime sono in effetti calate durante tutto il 2008. Esultate o popolo! Il governo dei fatti vi protegge e vi cura al punto che si prevedono ulteriori cali per il 2009.

A sentire questi proclami, di solito ci si aspetta la chiosa: “ … e vissero tutti felici e contenti.” Anche per via dei sorrisi che i lettori porgono alla telecamera, o all’enfasi segnata dalle parole scritte sui giornali. Come esprimere diversamente la soddisfazione, nell’appurare che il settore in cui le uccisioni dei lavoratori sono calate in percentuale maggiore, è il settore manifatturiero? Poi il viso si contrae un attimo, perché quel che è giusto è giusto, e si deve dire che “stranamente”, restano invariate le percentuali degli assassinati extracomunitari, quasi a voler dire che le disgrazie, comunque, possono capitare. In pochi hanno avuto la dignità morale di sussurrare alla fine del proclama, che l’INAIL invitava a leggere i dati tenendo conto degli altri dati, ossia quelli relativi al calo dell’occupazione.

Quindi una lettura diversa del proclama governativo dice che non è cambiato un accidente, che i lavoratori muoiono meno semplicemente perché non lavorano, perché sono spropositati i dati della cassa integrazione, perché il settore manifatturiero è in ginocchio e rischia l’estinzione, e che ad essere ammazzati dal lavoro continuano a essere gli schiavi extracomunitari, preferiti agli italiani non perché “ladri di lavoro”, ma perché più facili da sottomettere.

E se continua l’andazzo di questi ultimi giorni, quello che si tenta di non dire e mostrare, gli operai non moriranno più uccisi dal lavoro, ma pestati dalla polizia.

Rita Pani (APOLIDE)


11.18.2009

 

La fame, la sete e il bianco Natal …


Padre Alex Zanotelli si chiede come sia stato possibile che, nel paese di Francesco d’Assisi che scrisse di “sorella acqua” nelle sue Laudi, si possa arrivare a privatizzare l’acqua.

È possibile, lo abbiamo visto ieri. In fondo è stato solo per un caso che il patrono d’Italia non scrisse di “fratello petrolio”, che alla sorella somiglia tanto. Entrambe doni della natura, destinati a scomparire. Stanno finendo, e si deve correre ai ripari; conquisteranno sorella acqua utilizzando lo stesso sistema col quale hanno conquistato il fratello petrolio in Iraq: in nome e per conto della democrazia. Fortunatamente, per il momento, si limitano a bombardare la Luna e mandare robottini su Marte, alla ricerca dell’oro liquido, ma sappiamo già come finirà.

Siamo troppi, l’acqua è poca, e la papera non galleggia. Bisogna sfoltire. Non importa come, se con le bombe, con la fame, con la sete o con virus che poi sfuggono al controllo dei loro padri inventori. I poveri devono morire per garantire a noi, occidentali obesi, di continuare a spendere per ingrassare e per dimagrire. L’Italia che arriva sempre in ritardo, questa volta è arrivata prima per garantire all’”IMPREGILO” di turno ( e poco importa come si chiamerà) di spartire tra pochi un bene di tutti. D’altronde questo è l’unico modello di privatizzazione che l’Italia conosca, e gli esempi da fare sarebbero troppi.

Lo sfruttamento di fratello petrolio, il cambiamento climatico, l’obesità di un mondo capitalista globalizzato sta consumando sorella acqua e allora che fare? Riunire i grandi del mondo a Copenaghen, per decidere che forse tra cinquant’anni ci si porrà il problema, perché il petrolio c’è ancora, e le fabbriche di automobili sono state le prime ad essere salvate durante la grande crisi finanziaria che stiamo ancora vivendo, e soprattutto gran parte del mondo è ancora convinta che per essere degni di starci, in questo mondo, si debba consumare. Ce lo hanno insegnato negli ultimi trent’anni.

E in Italia però che l’acqua si privatizza, con una legge del tutto italiana che si presenta, si approva estromettendo il parlamento, per essere poi – dicono i leghisti – modificata. Lo dicono perché l’acqua pubblica era un loro cavallo di propaganda tra i minchioni del nord. Ma la politica italiana, che non è una cosa seria reagisce immediatamente minacciando la caduta del governo, a dimostrazione che la maggioranza non è retta da una coalizione di partiti, ma da un padrone e i suoi dipendenti, nessuno indispensabile e tutti licenziabili. E la lega non può permettersi di essere licenziata, perché con un altro governo reale, starebbero tutti rinchiusi nelle loro case in montagna a parlar di pallottole mangiando polenta.

Nessuno dei loro esponenti sarebbe più legittimato a parlare davanti a una platea di negri alla FAO, per dire: “noi i soldi ve li abbiamo promessi (non li vedrete mai, perché da anni l’Italia non rispetta gli impegni) ma voi dovrete dimostrarci di essere capaci di spenderli al meglio. D’altronde la maggioranza degli italiani vivono con 500 euro al mese (ma non eravamo ricchi?), ed è a loro che dobbiamo pensare.” Le parole non sono le stesse, ma il senso era questo.

Ecco perché tutto resterà così com’è: perché se questa gente non stesse al governo, non potrebbe autorizzare le politiche razziste che consente a qualunque nazista abbia messo a governare l’ultimo comune o l’ultimo agglomerato di case, di inventarsi l’operazione “Bianco Natale”, con i vigili che andranno casa per casa a stanare il negro.

Rita Pani (APOLIDE con pozzo artesiano. I miei soldi non li avranno mai.)


11.17.2009

 

Terrorismi di stato.


Devi avere paura, e devi averne tanta da tremare, in modo tale che non ti rimanga altro da fare, se non ringraziare chi ti tende la mano. La suina però ha tradito. Poteva essere un buon modo per correre a chiedere aiuto allo stato – ti prego iniettami una sana dose di veleno che mi salverà! – ma non è andata così. In questi giorni, in cui nessun malato terminale, senza reni, in coma dal 1972, dentro un polmone d’acciaio, cardiopatico e dializzato è morto per il virus H1N1, qualcuno ha provato a dire che forse – ma forse – si era un po’ esagerato. L’ufficio di propaganda del governo però è corsa ai ripari con un proclama stupidamente esilarante, che pressappoco diceva: “va bene, non è poi così grave come volevamo farvi credere, ma non si sa mai. Sebbene pare che non ci sia picco, potrebbe anche accadere che il virus si modifichi e che presto muoiano 95.000 persone.”

Io, che ho una mente semplice, mi sono chiesta: “Perché 95.000 e non 87.486?” Un’epidemia, vera o presunta, avrebbe potuto dare grande mano a questo governo che non governa, a questa dittatura di ladri e puttane, a cui poco interessa dell’impero, avendo come unico e unico scopo l’interesse privato. È gente questa, che ha deciso di “scendere in campo” (vomitevole espressione) per salvaguardare i loro conti esteri e per rimpinguarli a spese nostre, oltre che per evitare un adeguato soggiorno nelle patrie galere. Io lo so, tu lo sai, lo sanno tutti, ma tant’è. Frega un cazzo davvero a pochi (e perdonate il francesismo).

Devi essere grato allo stato. Arrestato Raccuglia, numero due della mafia. Il ministro esulta, e a sorpresa esulta anche il popolo radunato davanti alla questura, e questa è a prescindere una bellissima immagine. Però: quanti numeri due ha la mafia? Sono l’unica cittadina abbastanza informata che mai nella vita aveva sentito pronunciare il nome di Raccuglia? Avessero detto Messina Denaro, dell’utri o Tiziecaio avrei detto: “Ah però!” ma Raccuglia? Esulta i ministro maroni. Poi leggi: “Questo è il nostro lavoro. Piuttosto, chiamateci eroi perché siamo dei dipendenti statali che pagano di tasca propria per lavorare al meglio”. Non è un’incongruenza grave. È normale in questo paese alluvionato, che un ministro foraggi le ronde e non finanzi la lotta alla mafia, salvo poi esultare e darsi la medaglia per l’ottimo lavoro. Del resto cosentino spara sulla DIA in diretta tv, e come ai bei vecchi tempi di Leonardo Vitale, accusa i pentiti di pazzia. Per non parlare dell’idea di vendere i patrimoni sequestrati alla mafia, fino ad oggi messi a disposizione dello stato per opere sociali, scuole, e per finanziare la stessa lotta alla mafia. Questi sono così luridi che magari venderanno con asta al ribasso, con offerte anche telefoniche dal carcere.

Però devi avere paura. Ed ecco finalmente la nuova trovata: gli islamoanrcoterroristi. Simili alle br, dice lo stesso ministro delle ronde, sarebbero delle nuove formazioni anarchiche ma comuniste islamiche. Cercare di spiegare tale aberrazione mentale, mi viene difficile. Sarebbe un po’ come dire che ci sono gli ateicristotalebani della divina provvidenza. Fa un po’ ridere lo so, ma se a dire una tale minchiata è un tizio della lega, io smetto di ridere e inizierò a tremare ogni volta che salirò su un treno. Stanno cadendo, lo sanno, e non ci vogliono stare.

Rita Pani (APOLIDE)


11.16.2009

 

Che fame!



E così si riunisce a Roma un manipolo di obesi, che dovrà discutere della fame nel mondo. Una cantilena di cifre impressionanti, di proclami allarmistici, di foto di piccoli bimbi e mucchietti di ossa. Pausa pranzo, e si ricomincerà a diagnosticare la malattia del mondo, si prospetteranno rimedi e cure. Cena di gala, saluti baci abbracci, promesse e giuramenti poi ognuno a casa sua a fare uno spuntino di mezzanotte.

In realtà tutto è iniziato ieri con la riunione delle first ladies, quando il popolo perbenista è inorridito ascoltando le parole della moglie di Ahmadinejad, la quale imputava al capitalismo e alle occupazioni coloniali la prima causa della povertà di certa parte del mondo. Orrore. Oggi il papa ha detto che "I paesi poveri hanno diritto a scegliere il proprio modello economico". Giubilo. Sarà che lei era vestita di nero e lui invece in candido bianco? E’ vero, la signora ha detto anche altro e non del tutto condivisibile, ma se solo le parole avessero senso a prescindere da chi le enuncia, forse si potrebbe trovare anche la via giusta di un dialogo auspicato solo per convenzione e mai veramente cercato.

Mi piacciono questi summit, iniziano sempre quando è già stata scritta e studiata la strategia d’intervento risolutivo. Mi piace anche il fatto che ogni volta, subito dopo lo scatto della foto ricordo, e subito prima della gran cena finale, i leader mondiali raccontino come si sono impegnati per porre fine alla strage infinita. Proprio tutte, tutte le volte nessuna esclusa. Una sorta di asta al rialzo, nella quale per mostrare il buon animo, tutti si sentono pronti ad offrire di più. “Daremo mille mila miliardi di milioni … combatteremo la carestia …” Poi si scopre, per esempio, che l’Italia è la terzultima nella classifica dei paesi donatori di danaro, e che sovente (sempre sotto governo di malfattori) nemmeno onora gli impegni presi a tavola con la FAO.

L’utilità della farsa odierna? Consentire all’imputato del consiglio di presentare il suo legittimo impedimento al tribunale che oggi avrebbe dovuto riaprire il processo, per corruzione, a suo carico. Iniziare il nuovo iter che lo porterà a prescrizione certa, all’impunità.

E pensare che se solo pagasse le tasse per quei sessanta milioni di euro nascosti nella cassaforte Arner, potrebbe risanare gran parte del debito pubblico.

Rita Pani (APOLIDE)


 

Foto della presentazione

Ho inserito qualche foto della presentazione del libro su Flickr caso mai vi andasse.
Buona giornata
R.

11.15.2009

 

Allora, com’è andata?

Siete stati così tanti a chiedermelo che il mio mailer si è affaticato. Così tanti che è difficile, parlando con gli amici spiegare come mai - chi scrive – arranca nella vita. Chi però mi conosce bene sorride, e anziché dirmi: sei una stronza! Risolve in un più delicato: “sei un’artista!”

La realtà è che non si vive d’arte. Non della mia, che non ha alcuna pretesa se non quella di esistere. E mi sono sentita esistere in una frase semplice: “Sei uguale alla fotografia”. O in un’altra: “Certo che ho letto!” La mia arte è il libro “Luce” nelle mani del signor Angelo, che forse un libro non l’aveva letto mai; nella sua fatica. La mia arte è la necessità di descrivere le “Vite di vetro”. La miseria che sfiora chiunque di noi, che non è quella fatta di povertà, ma di sguardi e respiri, di amori negati, del dolore che si rifugge e che a volte decide per noi. Poi Tello e Dora, che ha saputo vivere nell’animo di chi l’ha letto, di chi ne ha scritto e forse non è abbastanza “famoso” per essere ascoltato. E allora, diciamolo chiaro, e lo dico alla tua insistenza mia cara Roberta: “Bisogna essere famosi per poterlo diventare.” E cara amica mia, tu lo sai, io non desidero essere famosa, vorrei riuscire ancora a mettere a disposizione la mia arte e il mio talento, per riuscire a essere utile.

È andata bene.

La tensione si è spenta nella semplicità dei gesti. Per una Monica Maggi influenzata che si soffiava il naso, per un microfono che non riuscivo a tenere troppo vicino alla bocca, per il sorriso scaturito da una battuta che forse non c’entrava nulla con il nero del carbone che circondava la vita di Tello e Dora, per la vicinanza di chi da Taranto è arrivato a fino a Roma, pur di essere con me quella sera. Per quel viso che ho visto in fondo, oltre la sala che si è aperto nel sorriso della ri-conoscenza. Non ne parleranno mai le cronache, ma sono queste le cose che direi.

Andrà sempre bene.

Quando una sala si riempie di respiri e di sguardi perché si deve parlare di un libro, va sempre bene. Perché oggi i libri da leggere spesso sono quelli che non sai nemmeno che esistono. Restano nascosti alla vita, perché l’autrice è incapace di pensare in termini monetari – lei vorrebbe solo scrivere – perché l’editore ha le sue difficoltà, e forse non ha capito ancora come poter far uscire i libri dal magazzino, perché il lettore in questo modo non potrà mai essere libero davvero di scegliere, a meno che non ci siano sempre più persone come Roberta, librerie come Libermente, o associazioni come “Donne di carta”, che amando i libri li adottano, e se ne prendono cura e cercano di restituirli alla vita.

Grazie prima di tutto a coloro che erano là e a quelli che avrebbero voluto esserci.

Grazie a chi pazienta e mi sostiene.

Grazie a Roberta, a Monica Maggi, alla libreria che ci ha ospitato, all’associazione che ha curato l’evento.

Grazie ancora una volta a mio padre, che mi ha trasmesso l’amore per i libri e la lettura.

E grazie anche a tutti coloro che da anni ormai mi seguono in questo lento e arduo percorso di parole. Senza il vostro sostegno mi sarei fermata da un pezzo, avrei continuato a riempire carta da tenere accatastata sulla scrivania.

Rita Pani (APOLIDE scrittrice)


 

L'ombrello di al Qaeda


L’avevo previsto. No, non sono una veggente, e nemmeno possiedo una mente brillante al punto di riuscire a scrivere la storia in anticipo. Il fatto è che al Qaeda oramai funge come un ombrello buono a riparare sia dalla pioggia che dal sole, un qualcosa di utile per ogni situazione. La usava bush, provarono a usarla in Spagna, ed ora anche qua da noi, che come consuetudine arriviamo sempre in ritardo, se non fuori tempo massimo. In meno di un mese, un folle mezzo deficiente che tenta di farsi saltare in aria, con una carica di esplosivo eguale a un grosso petardo di un qualunque capodanno napoletano, passa dal ruolo di cazzaro terrorista de noantri, a pericolosa cellula del terrorista islamico che voleva attentare alla vita di un tizio.

Le cronache narrano del coso del consiglio preoccupatissimo, e addirittura barricato a Palazzo Chigi. Le stesse cronache però smentiscono qualunque rapporto dei servizi segreti a conferma della minaccia. “Vogliono farmi saltare in aria”, pare abbia detto il tizio del consiglio, che descrivono molto preoccupato. Buffo, no? Fino a l’altro giorno, chiunque, troie o spacciatori, ministri e avvocati, amici e imbucati alle feste potevano entrare a palazzo Grazioli, senza nemmeno dover essere controllati dal piccolo esercito che paghiamo per vigilare sul malfattore, ed oggi, invece, il poveraccio è costretto a cambiare residenza per motivi di sicurezza.

Se fosse una cosa seria, i suoi telegiornali o giornali, starebbero macinando edizioni straordinarie e appelli alla nazione. Sarò mal fidata, ma l’unica cosa sensata che mi viene da pensare è che magari si è rotto le balle di dover arrivare fino in Russia per farsi prestare una garçonnière dall’amico Vladimir, oltre che magari barricarsi e abbullonarsi nelle stanze del potere, data l’aria che tira e che non gli promette nulla di buono.

Invece ieri sera, mi trovavo a cena nella solita trattoria nella quale mi piace portare gli amici più cari, e con mio sommo disgusto ho trovato che appena sopra la porta è stato piazzato il megavideo televisivo dal quale venivamo investiti dal tg 5. Erano davvero tanti anni che non guardavo quel telegiornale, e così tra una chiacchiera e un boccone (in compagnia anche di uno dei pochi veri comunisti rimasti) veniva da prestare orecchio. La CGIL in piazza nel paese che presto uscirà dalla crisi, se già non ne è uscito, con centomila disoccupati e disoccupandi: un paio di minuti di bandiere rosse. Poi scorgo altre immagini, di un’altra manifestazione e guardo meglio. Non ci sono bandiere rosse, ma un bel gruppo di persone incazzate; ascoltiamo. “Sono i tifosi di calcio che protestano per la tessera de tifoso.” Finita la pietanza esco dalla sala a fumare una sigaretta, torno dentro e buttato l’occhio sullo schermo, ancora proteste e calcio. Chissà che davvero l’Italia non sia di fronte a un pericolo: non saranno davvero così pazzi da limitare la libertà di pallone?

Basterà l’ombrello di al Qaeda a ripararlo dalla pioggia di processi che stanno per piovergli su quella testa ricoperta di pelo? Perché non è solo corruzione; Spatuzza parla e ci sono le bombe, quelle vere, che sconvolsero l’Italia nel 1993, da Palermo a Roma e fino a Firenze. C’è persino Veronica al soldo dei comunisti, che (cito) “presenta la sua istanza di separazione ad orologeria”, esattamente come le accuse di camorra per il nuovo eroe dei casalesi, cosentino. Poi ci sono i fondi neri, il riciclaggio di danaro, le evasioni fiscali che coinvolgono non solo lui ma metà della famiglia sua. Ma di questo ci dirà Report stasera.

Rita Pani (APOLIDE)


11.13.2009

 

La patata perfetta.

(Dedicato alla mia amica Rudy) [Ma non che lei se la sia rifatta! Solo perché non è un post politico. O forse sì?]

Leggo. Pare che ci sia un boom del ritocco delle parti intime. È di moda, ma uno studio dell’University College London ci informa – grazie a Dio - che non è privo di rischi. Mi fermo un attimo a pensare alla mia, e mi rendo conto di non conoscerla. In vero non saprei proprio se abbia bisogno di rifarsi il naso. Voglio dire, so di averla, ma con la schiena che mi ritrovo, non è che possa piegarmi ogni mattina a dirle buon giorno. Perplessa, continuo la lettura: «Affrontare le insicurezze con la chirurgia non è la soluzione ideale, la consulenza e il sostegno potrebbero in alcuni casi funzionare meglio». Penso: “potrei imparare a voler bene alle mie tette, ho fatto un patto di non belligeranza con la mia cellulite, o forse le ho addirittura firmato un armistizio, combatto d’estate i peli superflui, ma, la patata?” Non ci ho proprio mai pensato.

Proseguendo la lettura, si scopre che non ci sono dati certi su possibili effetti collaterali della labioplastica, e che quindi sarebbe meglio non cedere alla facile tentazione di farsi operare solo per seguire una moda. In effetti potrebbe essere, e mi tornano alla mente le strane bocche di certe svamp televisive, le quali mi lasciano sempre un po’ impressionata. Bocche come culi di babbuino, che parlano di tutto, con l’aria di chi veramente sappia tutto, del principe e del re, della regina e del suo amante, del giocatore e della stellina.

Già mi è ostico il concetto di farsi affettare con un bisturi per moda, quando si passa la metà della vita sperando di non capitare mai su un tavolo operatorio, immaginate quanto possa essere difficile, per me, pensare che ci sia gente disposta a farlo per moda. Però ci deve essere un perché, e allora continuo a leggere.

“La labioplastica ha raccolto seguaci nel mondo dello spettacolo e tra le donne in carriera, ma anche tra la gente "comune" che vuole rifarsi un'immagine dopo un divorzio, uno o più parti o perché si vergogna dell'aspetto della propria vagina.” Rifarsi un’immagine rasenta il genio. Sarebbe un po’ come dire che la donna, in quanto tale, non può parlare della fisica quantistica se dentro il suo perizoma non ha la patata perfetta?

Ma l’apoteosi della ricerca scientifica arriva alla fine dell’articolo, quando descrive l’intervento: “Essenzialmente questa è solo una rimozione di un po' di carne rilassata, lasciando visivamente eleganti labbra con cicatrici minime.” Visivamente eleganti … chapeau!

E dire che una volta bastava un maglioncino di cachemire.

Rita Pani (APOLIDE non elegante)


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